Casarano ed una passione chiamata calcio

Casarano ed una passione chiamata calcio
Antonio Memmi

Antonio Memmi – Corrispondente de “Il Gallo”

Dicono che ci sono alcuni paesi e villaggi in Brasile che non hanno nemmeno una Chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio. A Casarano le chiese ci sono e anche un congruo numero di campi e campetti di calcio ma ce n’è uno, il “Capozza”, che è invece da molti venerato come se fosse un tempio e con esso altrettanta venerazione viene riservata alle liturgie che si svolgono al suo interno: le gare della Virtus (che, al di là di quello che può essere il vero nome della Società… sempre Virtus rimane). Parlare di “glorioso passato” è una tentazione in cui cadrebbe qualunque tifoso di qualsivoglia squadra ma a Casarano, paese di poco più di 20mila abitanti, sperduto nel cuore del Salento, e con alle spalle partite di campionato contro il Bari e contro il Lecce, in coppa contro il Verona nell’anno dello scudetto e dell’Ascoli di Costantino Rozzi e ad un passo dalla serie B, questa frase sembra avere un briciolo di fondamento. Ma il passato è inesorabilmente attaccato alle nostre spalle come una sorta di zaino e quindi possiamo solo sentirne il peso mantenendo però i piedi nella quotidianità. E la quotidianità è però ben diversa rispetto a ciò che fu: non c’è più il mecenate disposto a mettere mano al portafogli e a finanziare con i soldi propri un sogno ed un divertimento di tutti e solo per il buon nome della propria città; la situazione economica del Paese poi è tale da rendere difficile individuarne uno nuovo. Ma il calcio, il rito domenicale del “Capozza” e i commenti che ne conseguono sono probabilmente iscritti nel DNA dei casaranesi. Dopo l’era Filanto si è avvicendato il sogno targato De Masi (il cui risveglio è stato in verità abbastanza traumatico) e dopo è arrivata la gestione più pragmatica di Eugenio Filograna, il patron milanese nato a Casarano ex senatore e commercialista di punta che, pur senza promettere mai il campionato di serie A, ha comunque regalato alcuni anni di pallone a questa città. All’indomani però del suo passo indietro (dovuto in verità anche ad un atteggiamento piuttosto discutibile di alcuni facinorosi che hanno ecceduto il limite del buon senso) si è aperto il baratro di un futuro senza connotati. Manca un Presidente, manca una Società Sportiva e mancano soprattutto i soldi. Nel frattempo è anche partito il conto alla rovescia per l’iscrizione al campionato di “eccellenza” ma in queste condizioni non sembra realizzabile nemmeno la terza categoria. A questo punto però scatta quello che non ti aspetti (o forse sì): Casarano senza calcio è una città monca; non ci sono i soldi? Li mettono i cittadini ed i componenti della Società li si trova tra i tifosi. Nasce così una sorta di azionariato popolare che vede la partecipazione praticamente di tutti: chi mette 100 euro, chi 50 e chi invece mille, tutti rigorosamente “a fondo perduto”. Si raggiunge così in poco tempo gli 8 mila euro che servono per l’iscrizione al campionato; il calcio è salvo ma ora c’è da mandare avanti l’impresa. E allora si cominciano a vendere gli abbonamenti e c’è chi lo acquista pur sapendo che difficilmente riuscirà a vedere anche solo una partita e c’è chi, vedendo che lo stadio ha bisogno di un po’ di manutenzione, compra a proprie spese la vernice e, nel proprio tempo libero, va ad imbiancarlo. Qui siamo anche oltre l’azionariato popolare, si parla di ostinazione sportiva. A fare il presidente è stato chiamato Dario Primiceri e proprio lui è fra i più increduli : “è strano vestire i panni del Presidente invece che essere il solito tifoso, uno dei tanti, della curva Nord, ed ancora non mi sembra vero. In realtà tutto questo è una scommessa che abbiamo fatto con noi stessi , con l’intenzione almeno di garantire la categoria alla città. Da soli però non potremo fare nulla – conclude – c’è la necessità che tutti, chi più che meno, ci diano una mano. Il nostro obiettivo è di far tornare allo stadio il pubblico di una volta e sono sicuro che ci potremo riuscire. A Casarano, per ora, ha vinto l’orgoglio e l’ostinazione.

Antonio Memmi da “il Gallo” del 26 settembre 2016

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