Ma a Casarano siamo mafiosi?

Ma a Casarano siamo mafiosi?
Antonio Memmi

Antonio Memmi – Corrispondente de “Il Gallo”

È passato praticamente un mese dall’omicidio di Augustino Potenza e se anche l’eco dei colpi si è acquietato pochi istanti dopo, ben alto invece è ancora l’eco delle polemiche che dal quel giorno in poi si sono levate. A scatenarle, pochi giorni dopo l’accaduto, un articolo dettagliato di Marilú Mastrogiovanni, la brava giornalista e direttrice del periodico “il Tacco d’Italia”. Più che un semplice articolo si è trattato di un vero e proprio reportage che, in maniera puntuale e dettagliata, ricostruiva la vita ma soprattutto il malaffare di colui che comunemente a Casarano ed hinterland veniva riconosciuto come “l’italiano” e che aveva fatto del proprio soprannome una sorta di brand che aveva il nome appunto di “italiano tenace”. Le polemiche, principalmente con l’amministrazione comunale, si innescano però in un passaggio dell’articolo che, in maniera neanche tanto velata, porta il sottotitolo: “le complicità del comune di Casarano”. In questo passo la Mastrogiovanni accusa senza mezzi termini il sindaco Gianni Stefano di essere stato, insieme alla sua Giunta, praticamente inerte se non addirittura compiacente in molti degli interessi e gli affari illeciti di Potenza. E le accuse della giornalista sono precise e circostanziate: come il bar che è abbandonato da 10 anni e che da 8 è stato assegnato al comune di Casarano che non ha fatto nessun bando pubblico per il suo riutilizzo; oppure come l’accusa di un uliveto in contrada Campana che, sempre sotto la tutela del Comune, fu raso al suolo come segno di forza da parte della mafia (episodio per il quale non è mai stata sporta denuncia); e poi il famoso immobile di via Pellegrino 34, sede della “Italiano Tenace S.r.l.”, anch’esso confiscato alla mafia eppure non ancora assegnato a nessuna associazione o iniziativa dello Stato. La reazione dell’Amministrazione Comunale però non tarda ad arrivare. Affidata a dei manifesti affissi in tutta la città, la risposta del Sindaco è secca e perentoria con dei toni che, però, hanno fatto tanto rumore. Ma andiamo con ordine. L’inizio del manifesto è una condivisibile dichiarazione di condanna per l’accaduto ed una dichiarazione di fiducia nei confronti del lavoro della Magistratura e delle forze dell’ordine. Ma poi, il Sindaco entra a gamba tesa su quanto la Mastrogiovanni ha dichiarato nei suoi scritti, respingendo con fermezza le gravi accuse definite da Gianni Stefano diffamatorie e calunniose in special modo riguardo proprio alla gestione dei beni confiscati. Ovviamente anche il Sindaco fornisce i dettagli per suffragare ciò che sostiene, come ad esempio l’indicazione della delibera di Giunta (n. 209 del 03 novembre di un anno fa) con la quale il citato bar veniva affidato alla Pro Loco o come l’uliveto di contrada Campana, dapprima affidato agli scout e successivamente luogo di svolgimento di un progetto di ortopedia a favore di disabili psichici. Addirittura “ridicola” viene definita l’accusa legata all’immobile di via Pellegrino in quanto diroccato ed inagibile e bisognevole di interventi di ristrutturazione decisamente onerosi per le povere casse del comune. E poi altre precisazioni che, in maniera puntigliosa, rispondono alle accuse della Mastrogiovanni. l’articolo prima ed il manifesto poi, hanno fatto molto parlare di sé e, come sempre in questi casi, si sono formati i due schieramenti fra chi si è indignato per le ventilate connivenze politica / mafia e chi invece si è indignato per aver fatto passare Casarano per una città mafiosa. Come sempre in questi casi la ragione non sta mai tutta da una parte e muoversi in questa linea di confine è un’azione sempre delicata. Di certo un’amministrazione comunale non può additare una giornalista come colei che getta le “sinistre ombre” sull’Amministrazione e la città e per questo attacco, da giornalista, non posso che esprimere la mia solidarietà alla collega Marilù Mastrogiovanni. Di contro, Casarano ha mille problemi, un’indole tipicamente italiana del sapersi adattare, del saper convivere con i buoni e con i cattivi. Questo è moralmente accettabile? Decisamente no! Ma questo è… e tutto ciò ci rende sicuramente pavidi, timorosi e anche pusillanimi ma, cara Marilù, mafiosi no!

Antonio Memmi
Da “Il Gallo” del 19/11/2016

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