Nostalgia di quando la politica sembrava ancora avere il senso di un viaggio collettivo…

Nostalgia di quando la politica sembrava ancora avere il senso di un viaggio collettivo…

ex_sede_pci_casaranoA 17 anni scappai di casa per una notte sola. E dormii su un divano sfondato in quella che consideravo la mia seconda casa: una vecchia sezione di partito ospitata in un palazzo antico affacciato sulla piazza più grande della mia città. In una stanza piena di fumo e manifesti, insieme a ragazzi dalla lingua sciolta e dal cervello vivo, facevo politica. Tra le cartine e i dadi annusavamo la realtà e provavamo a cambiarla con le nostre poche forze, imperfette e mal calibrate. Ma limpide e generose.
Dall’altro lato di quella sezione vecchia e bellissima, c’era la segreteria del partito. Ci rispettavamo a vicenda ma non ci capivamo. I dirigenti avevano baffi folti come il deputato del collegio. Ascoltavano i nostri discorsi arzigogolati, guardavano i nostri occhi arrossati e scuotevano la testa. Anche noi la scuotevamo, convinti di capire tutto molto meglio di loro. E perplessi davanti ai loro sforzi di dimenticare e far dimenticare il passato di lotte, pugni chiusi e contestazioni.
Intorno a noi, una città frullata dalla globalizzazione: all’improvviso aveva scoperto che i prodotti con cui era diventata ricca si potevano fare dall’altra parte dell’Adriatico, o magari del mondo, a un decimo del prezzo italiano. E la conseguenza era stata una crisi esplosiva, drammatica, rapidissima. Eppure, paradossalmente, la crisi sembrava un’opportunità: la città era viva, piena di fermenti, la partecipazione sembrava la parola d’ordine con cui rispondere a quel dramma.
Il tempo però passa veloce. Quella fioritura viene gelata dall’inverno dei partiti. Il municipio torna palazzo e non più comune. Quei fermenti prestati all’amministrazione tornano a casa loro, nelle associazioni, negli studi professionali, nelle parrocchie. La vecchia e bellissima sezione viene abbandonata per un palazzone rosa, autentico sfregio al centro storico della città. Anche quel gruppo di ragazzi si disperde, ognuno per la sua strada, lontana dalla politica.
Oggi, mentre faccio mille chilometri per votare a un referendum che non mi piace e non mi convince, quelle immagini mi passano per la testa. E sento in bocca un sapore lontano: la nostalgia per quella sezione di partito vecchia e bellissima in cui la politica sembrava ancora avere il senso di un viaggio collettivo. E penso che nessun referendum, nessuna riforma, nessuna norma, può cambiare la realtà, cittadina, nazionale o globale che sia, se manca quel senso. Se manca un luogo comune come quello in cui tutti noi mischiavamo e rischiavamo i dadi e le passioni, i baffi e gli arzigogoli, il fumo e le utopie.

Danilo Lupo

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