Ad Otranto l’arte di Guttuso, maestro del politically incorrect

Ad Otranto l’arte di Guttuso, maestro del politically incorrect

Guttuso, Grande nudo sdraiato (1959)

Mi è capitato spesso di vedere mostre di artisti che non conoscevo e di rimanerne colpita, altre volte di voler andar via appena entrata. Bisognerebbe visitare una mostra senza pregiudizi, senza sapere chi o cosa si sta per vedere e poi lasciarsi guidare dalle emozioni che si provano o dall’indifferenza, se è quello che l’artista trasmette. L’arte di Renato Guttuso è comunicativa, forte come un pugno nello stomaco, politicamente impegnata. Siciliano di Bagheria, nacque nel 1911, ma poi si trasferì a Milano e successivamente a Roma, stringendo profonde amicizie con artisti e intellettuali come Manzù, Sassu, Fontana, Gatto, Vittorini, Moravia, Pasolini e Picasso. Fin dall’inizio, si è schierato dalla parte dei deboli, degli esclusi, di coloro che per avere accesso ai diritti devono lottare. Membro del Partito comunista, uomo passionale che interpretava il clima di inquietudine e di generale insicurezza che si respirava in Italia già prima della dichiarazione di guerra.
Scriveva: “Non è necessario per un pittore essere d’un partito o d’un altro, o fare una guerra o una rivoluzione, ma è necessario che egli agisca nel dipingere come agisce chi fa una guerra o una rivoluzione. Come chi muore, insomma, per qualche cosa”.
In contrapposizione con la pittura italiana di quegli anni che proponeva una visione contemplativa e sognante, l’arte di Guttuso entra nella realtà, documentando gli avvenimenti politici e sociali, prendendo posizione, con l’intento di cambiare il mondo. Nei nudi di donna, presenti nella mostra idruntina, l’artista dimentica ogni proposito di battaglia, studia i corpi nel loro declino, in pose scomposte che accusano la fatica o lo sfinimento. Carni debordanti, cadenti, ferite nella loro bellezza, spente nella loro vitalità che rappresentano un’umanità disfatta. Fu un grande maestro italiano, sospeso tra cubismo ed espressionismo, che con il suo segno lirico e vibrante affrontò il rapporto tra l’uomo e la società, tra l’uomo e la donna, tra l’uomo e gli elementi, la natura e il suo destino.
“Io imparo solo dall’anima mia, se è vero che ne ho una. Imparo a comprendere e soffrire, combattendo nel mondo imparo ad esprimermi. Mi affanno a scoprire una verità che nessuno può indicarmi, perché è dentro di me”. Da non perdere fino all’8 Gennaio in mostra nel Castello Aragonese di Otranto.

Cinzia De Rocco

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