Il presepe in soffitta…

Il presepe in soffitta…

Caro Alberto,
Ho appena terminato di portare in soffitta le scatole ricolme di tutto il materiale natalizio. Presepe, alberello con le luci e addobbi vari sono tornati nel posto dove resteranno a dormire almeno per i prossimi undici mesi, in mezzo ad altri scatoloni pieni di roba “non buttata”, quasi inutile, ma impregnata di preziosi ricordi. Forse mi rendo conto solo ora che in tutto questo tempo il vassoio porta-torte, rifornito come non mai di ogni tipo di dolcetto tentatore, non si trovava più sul mobile ad angolo in cucina, in quanto aveva doverosamente ceduto il posto a: Sacra famiglia, capanna, pastori, pecore e per un paio di giorni pure ai Re magi. Com’è facile dare per scontate le cose, anche quelle che in coscienza consideriamo tra le più importanti … come il Natale, appunto! Il nostro Dio si è fatto bambino, si è fatto carne, ha compiuto qualcosa di semplice e straordinario, di non dovuto … per dirla con san Bernardo: “volle venire Colui che poteva accontentarsi di aiutarci”!
Appesantito da pranzi, cene, porta-torte e col fiato corto per il “su e giù” dalla soffitta, mi sento come un pastore affannato, giunto in ritardo ad ammirare quel che è successo … e che ancora succede!
Sì, caro Alberto, la mia fortuna è che quel che è accaduto tanti anni fa è qualcosa di così grande che non può essere rinchiuso dentro uno scatolone, o in una soffitta. Anche i pastori poco attenti e poco reattivi come me, sono ancora in tempo per lasciarsi stupire e contagiare da quell’infinita ondata di bene che è nata in quella capanna. Abbiamo ancora tempo … almeno da oggi fino al prossimo Natale.
Occorre però una cosa molto importante: uno sguardo semplice, pulito, libero da pregiudizi, immune dal cinismo e magari … magari uno sguardo non sempre incollato a questi 5, 7, 10, 15, 32, 55 … e tutti i pollici del caso. No, io non sono capace di essere così, ma lo vorrei tanto! Vorrei riuscire a vedere anch’io quel Bambino, nei luoghi e nelle situazioni di oggi, così come qualcun altro riesce a fare.
Anita il Natale l’ha passato al lavoro, ad assistere e curare malati gravi, di quelli che “non c’è più niente da fare”, anche se era lì per “dovere” ha potuto decidere di lasciarsi colpire da quello che aveva davanti. Così, anche il ragazzo con la pelle nera come il carbone della Befana, considerato da tanti un falso rifugiato, solo come un cane e con gli anni di suo fratello Pedro, è diventato il suo Gesù Bambino, a cui portare, invece di oro, incenso e mirra, le sue medicine ed un sorriso. Anita si è potuta stupire di quella nonna letteralmente in estasi, a cui avevano adagiato sul letto la sua nipotina, agghindata come le bamboline di una volta; si è potuta meravigliare del nonnino, già in movimento ancor prima dell’alba, in attesa che lo venissero a prendere per il suo ultimo Natale a casa.
Anita mi ha confessato di fare fatica a lasciare “partire” i suoi “bambinelli”, ed io adesso non vorrei chiudere le mie statuine dentro uno scatolone … ma sappiamo, sì lo sappiamo come andrà a finire un giorno! Allora le mando una foto del nostro presepe, strappo un’ultima fetta di panettone al porta-torte, chiudo la botola della soffitta e poi … via! Alla ricerca di qualche Gesù Bambino da ammirare.

Paolo Argnani

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