Quando l’arte incontra la Shoah. Giorgio Celiberti, “il figurativo dell’anima”

Quando l’arte incontra la Shoah. Giorgio Celiberti, “il figurativo dell’anima”

Giorgio Celiberti

Giorgio Celiberti è un artista friulano, oggi ottantenne. La sua attività pittorica cominciò fin da giovane, collaborando con Vedova e Tancredi, con i quali condivise una ricerca di impronta informale. Ma la sua intensa attività pittorica conobbe un’inversione nel momento in cui visitò il campo di concentramento di Terezin, nella Repubblica Ceca. Qui, migliaia di bambini ebrei prima di essere brutalmente uccisi lasciarono sui muri traccia della loro triste permanenza. Fu un incontro traumatico non solo per l’uomo ma anche per il pittore. Da quel momento la sua produzione documentò quella tragedia con il ciclo dei “Lager”, dove tele materiche e cromie preziose riportarono i segni lasciati dalle piccole vittime del campo. Le lettere T Z N, acronimo di Terezin, come pensieri intrappolati, si rincorrono nei suoi quadri su fondo nero, il colore del trauma e dell’abbandono, del non-senso della morte. E poi cuori bianchi e rossi, elenchi, farfalle, colonne di numeri, piccole foto. I muri del campo riempiti da graffiti dei bambini diventano tracce indelebili che, come nell’elaborazione di un trauma, esigono una loro ripetizione. L’artista diventa testimone del loro grido inascoltato. Sgarbi definì Celiberti il figurativo dell’anima, pittore di memoria e di emozioni. L’arte da allora in poi non può più essere elemento decorativo fine a se stesso, non può più farsi da parte dopo l’insensatezza della guerra e dopo gli orrori perpetrati sui più deboli, ma deve opporre un senso al non-senso e soprattutto farci riflettere sulle violenze che ancora oggi accadono in molte parti del mondo.

Cinzia De Rocco

Giorgio Celiberti

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