Quell’alone di tristezza del Carnevale, immortalato da Picasso

Quell’alone di tristezza del Carnevale, immortalato da Picasso

Il Carnevale è considerato la festa dell’allegria per eccellenza, i festeggiamenti hanno origine lontana, forse derivano dalle antiche feste religiose pagane, in cui si faceva uso delle maschere per allontanare gli spiriti maligni. Le maschere tradizionali di Carnevale derivano dal teatro e dalla commedia dell’arte e sono da sempre usate per dare un’altra identità a chi le indossa. Ma il carnevale ha in sé anche una componente di tristezza in contrasto con l’allegria forzata e il divertimento che animano le strade nei giorni di festa. Solo l’animo sensibile di un artista può cogliere questa dicotomia e rappresentarla nelle sue opere. Tra i tanti che hanno trattato il tema carnevalesco c’è lo spagnolo Pablo Picasso, che ha iniziato nel periodo blu a raffigurare i personaggi del circo, i giocolieri e gli artisti di strada e poi dai primi del ‘900, nel ciclo degli Arlecchini ne ha dipinti diversi rappresentando se stesso, suo figlio e i suoi amici. In tutti gli Arlecchini che dipinse, Picasso non coprì mai il volto con una maschera, perché ciò che maggiormente interessò all’artista era evidenziare il contrasto tra il personaggio e la persona, tra la comicità della maschera e la tristezza dell’uomo. E così l’“Arlecchino pensoso” che ricorda in alcuni tratti il pagliaccio triste di Pierrot, è avvolto in un’atmosfera infelice e malinconica ancora più accentuata dalla tonalità fredda della composizione oltre che dallo sguardo e dalla posa dolente. Nelle varie stesure dell’“Arlecchino seduto” la figura ritratta con le mani giunte in grembo in un momento di pausa, col volto triste e rassegnato, guarda nel vuoto come a sfuggire il nostro sguardo e ci lascia malinconici spettatori. In “Arlecchino con specchio” solo il cappello ricorda Arlecchino mentre il vestito è quello dei trapezisti del circo e il volto è somigliante a quello di Pierrot, un’altra maschera amata dall’artista catalano, identificato dallo sguardo malinconico, dal cerone sul viso e dallo specchio che stringe in mano. Inizialmente doveva essere un autoritratto, poi l’artista sostituì il suo volto con quello di Pierrot che meglio rappresentava il suo stato d’animo. Interessante anche “Paulo vestito da Arlecchino” dove ritrae il proprio figliolo vestito a losanghe colorate e raffigurato con tenerezza, il cui colorito pallido e lo sguardo attonito si staglia su una sedia e uno sfondo volutamente non finiti. Nell’“Arlecchino musicista” di impronta cubista, il corpo dell’arlecchino è scomposto in pezzi spigolosi, braccia e teste sovrapposte e appuntite dai contorni tagliati nettamente. Picasso aveva un animo frenetico e tumultuoso, miscelava stili e tecniche diverse mentre ne inventava sempre di nuove. Era solito ripetere uno stesso tema e, nella ricorrente immagine dell’Arlecchino, è evidente la sua identificazione, dell’artista che come la maschera carnevalesca è costretto al sorriso, ma in realtà è profondamente malinconico. Picasso soleva dire “… l’arte è figlia della tristezza e del dolore”.

Cinzia De Rocco

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