Buon primo maggio. Buona festa dei lavoratori

Bellissima riflessione di Paolo Argnani sul lavoro

Buon primo maggio. Buona festa dei lavoratori

All’anagrafe era stato registrato come Definitivo, ma tutti lo chiamavano Ivo, usando solo la parte finale del suo nome, anche se lui era un uomo tutto d’un pezzo e ancor prima di essere un uomo, era un contadino. Uomo lo era diventato col tempo, mentre contadino c’era nato, tant’è che prima di vedere la luce aveva accompagnato la sua cara mamma nei lavori dei campi durante tutto il periodo della gravidanza.

Era l’ultimo di dieci fratelli, venuto al mondo appena undici mesi dopo la nascita di … Ultimo. A quei tempi i figli erano considerati un dono di Dio per la famiglia e una risorsa per la campagna, quindi la nascita di Ivo fu accolta con immensa gioia, così com’era già successo per gli altri fratelli, a cominciare da Primo … il primogenito.

Nelle famiglie numerose di quegli anni, ognuno aveva il proprio compito, la propria mansione specifica e Ivo era il re, il maestro, il campione … della carriola. Quando c’era da spostare della terra, caricare pietre, patate, fieno, svuotare la stalla dal letame … lui incollava le sue manone tozze e ruvide ai manici della carriola e su, via, a spingere! Quando poi si trattava di rovesciarne il contenuto, aveva un modo tutto suo, che solo il fratello Settimio una volta aveva maldestramente osato imitare, finendo col sedere per terra; con uno strano gioco di braccia ed una contemporanea spinta di ginocchio, riusciva a vuotare la carriola facendola sembrare quasi sospesa a mezz’aria, come se l’operazione non richiedesse alcuna fatica.

Se qualcuno avesse avuto bisogno di lui, gli sarebbe stato sufficiente drizzare le orecchie e lo avrebbe sentito cantare, accompagnato dalla voce stridula della carriola non sempre lubrificata a dovere; avrebbe ascoltato cantilene stanche e noiose quando il mezzo era carico, canzoni allegre e dinamiche quando la carriola era vuota.

Ivo aveva anche un altro compito in esclusiva, aveva l’onere e l’onore di seminare, coltivare e curare fino al raccolto, la cocomeraia. Un’arte esatta, con riti precisi, trasmessi da generazione a generazione e che lui aveva imparato osservando dapprima il nonno, poi il padre. Sapeva scegliere il terreno adatto, scavare buche profonde dentro alle quali stendere del buon letame maturo, richiuderle con terra soffice, lasciando un leggero avvallamento, al centro del quale seppellire la semente. Semi tenuti acconto l’anno precedente, dai cocomeri migliori che Ivo stesso aveva decretato essere degni di preservare la “razza” e conservati durante l’inverno nello stesso vaso di vetro usato per anni dal nonno e dal padre. Le “anime”, prima della semina le custodiva per alcuni giorni avviluppate in un panno umido, così da ammorbidirle e renderne più agevole il germogliamento.

Ivo conosceva l’epoca giusta per seminare, sapeva cosa fare per favorire una buona fioritura e allegagione; addirittura, un anno in cui la stagione fu particolarmente avversa al volo delle api, fu lui stesso a raccogliere dalle piante alcuni fiori maschi, per poi sfregarli delicatamente sopra i fiori femmina dei futuri cocomeri, per favorirne la fecondazione.

Nessuno poi, avrebbe mai osato raccogliere uno di quegli enormi e succosi frutti al posto suo. Lui sapeva l’ordine di maturazione, conosceva i suoi cocomeri uno ad uno e comunque, prima di staccarli dalla pianta, li rigirava, li schiaffeggiava col palmo della mano e con puffetti, per sentirne il suono, e solo dopo alcuni interminabili secondi staccava il gambo in maniera decisa, facendosi immediatamente il segno della croce.

La vita di Ivo fu piena … di vita! Fra un lavoro e l’altro, fra una stagione ed un’altra, conobbe l’amore, sopravvisse alla guerra, si sposò, divenne padre, accompagnò i genitori fino ai loro ultimi giorni … poi la famiglia numerosa si sparpagliò in vari rivoli e lui fu l’unico dei fratelli rimasto a coltivare la terra.

Il trattore, il muletto, il caricatore e altre “diavolerie” ridussero di molto i viaggi con la carriola. I cocomeri invece non smise mai di seminarli, anche se negli ultimi anni non aveva più avuto la soddisfazione di vedere i bambini farsi strada dentro le fette a suon di morsi sbrodolosi e gareggiare a chi riusciva a sputare i semi più lontano.

Definitivo visse una vita normale senza infamia e senza gloria; non fu un eroe, non partì per il fronte, ma i suoi cocomeri se li gustarono sia i tedeschi che gli alleati. Non fece carriera, nacque contadino e morì contadino, senza nemmeno lasciare un pezzo di terra a sua figlia, ma riuscì a pagarle gli studi, permettendole così di diventare una bravissima pediatra. Continuò a seminare i cocomeri anche quando si trasferì in città, in uno di quegli orti per anziani e non si arrabbiò quasi per nulla quella volta in cui un gruppo di ragazzini glieli rubarono tutti quanti. A lui era sempre piaciuto fare bene il proprio lavoro e aveva sempre provato una soddisfazione immensa nel vedere che anche la propria fatica poteva arrecare gioia in qualcun altro.

Caro Alberto, grazie alla sua fede e alla misericordia di Dio, ora Ivo riposa in pace e in occasione della festa del primo Maggio ho voluto ricordarlo come esempio di lavoratore umile e semplice, un uomo buono … che amava lavorando e … lavorava amando.

Peccato però … si tratti solo di un personaggio di fantasia … ma che in fondo racchiude in sé tante persone vissute veramente, tante storie, tanti racconti, tante vite che hanno anche solo sfiorato la mia e che, colpevolmente rischiavo di dimenticare.

Buon primo maggio Ivo!

Paolo Argnani

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