Il mistero della bellezza svelato dal filosofo Massimo Donà. L’intervista di Alberto Nutricati

Il mistero della bellezza svelato dal filosofo Massimo Donà. L’intervista di Alberto Nutricati

Tratto da L’Anima Fa Arte, blog e rivista di psicologia: www.animafaarte.it

Cos’è la bellezza? Un mistero? Un inganno? Un gioco illusorio di apparenze? O, piuttosto, una via privilegiata di accesso alla realtà, al di là delle apparenti contraddizioni che essa manifesta?

La bellezza interpella tutti. Eppure gli interrogativi che essa porta con sé non hanno smesso di affascinare e, al tempo stesso, ossessionare poeti e filosofi.

«Il bello – scrive Rainer Maria Rilke nella prima elegia duinese – non è che il tremendo al suo inizio».

Eppure, c’era un tempo in cui si credeva fermamente che la bellezza non potesse essere separata dalla bontà. Era ciò che i greci del V sec. a.C. chiamavano con il nome di kalokagathìa. In altre parole, un uomo bello (καλός) doveva anche essere buono (ἀγαθός) e viceversa. Nei poemi omerici, bellezza e virtù sono doni degli dei. Esse rifulgono in particolar modo negli eroi. Ben presto, però, quel binomio si ruppe e la bellezza si ammantò di un’aura impenetrabile che la rende apparentemente inafferrabile.

A cercare di far luce sul “mistero” della bellezza è Massimo Donà, professore ordinario di Filosofia Teoretica alla Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano.

Donà, che oltre ad essere un noto filosofo è anche un rinomato musicista, ha affrontato la questione nel suo ultimo lavoro dal titolo Di un’ingannevole bellezza (Bompiani, 2018), con la profondità, l’acume e l’originalità che lo contraddistinguono.

Professor Donà, che cos’è la bellezza?

Massimo Donà: «La bellezza è un mistero, una magia; qualcosa di cui tutti facciamo esperienza, ma di cui nulla sappiamo dire in senso proprio. E che soprattutto non sappiamo “giustificare”. Quando la cosa appare “bella”, infatti, rimaniamo stupefatti, siamo costretti a fermarci… a sospendere il fare quotidiano; i filosofi direbbero: siamo costretti a fare epoché. E poi, quelle che a lungo si era creduto potessero fungere da ragioni della bellezza si sono rivelate col tempo del tutto insoddisfacenti. La bellezza, insomma, non è uno dei tanti attributi dell’esistente; il quale non può essere detto “bello” così come potrebbe essere detto alto, ruvido, commovente, rosso, pesante… etc etc.. La bellezza infatti non specifica, non determina; non caratterizza ciò di cui viene predicata; ma è ciò che rende belle – rendendo un determinato esistente appunto “bello” –, tutte le sue caratteristiche e proprietà. La bellezza è la stessa in un quadro di Rembrandt, in una scultura di Rodin, in una tela di Kandinskij e in un “monocromo” di Yves Klein. Essa si dice allo stesso modo in relazione a cose diversissime tra loro; che spesso non hanno nulla in comune».

Dunque non esiste alcun canone di bellezza?

Massimo Donà: «Esattamente. Nessun principio costruttivo, nessun canone, accomuna le cose “belle”; eppure noi possiamo trovarle tutte allo stesso modo “belle”. Forse la bellezza, come cerco di mostrare nel mio ultimo libro, si limita a dirci che le cose (quelle stesse che si palesano come rosse, pesanti, ruvide, alte…) non sono quello che sono. Che esse non sono cioè pesanti, ruvide e rosse. Perciò il surrealismo avrebbe potuto sottolineare la natura magica della bellezza prodotta dall’arte. Come nelle fiabe, dove nulla è quello che sembra essere (si pensi ad Alice nel paese delle meraviglie). Si pensi ai racconti “magici” di Dino Buzzati. O alla ingannevole tempesta dell’omonima opera shakespeariana; che sembra essere una tempesta, ma non lo è – trattandosi solo di un inganno dovuto all’arte magica di Prospero».

Stante questa premessa, la bellezza, per dirla con Nietzsche, è verità o menzogna? E il suo senso è morale o extramorale?

Massimo Donà: «La bellezza è un inganno, come ho appena spiegato. Ma un inganno “rivelatore”. Un inganno che mostra la verità. Un inganno che non si lascia distinguere dalla verità. Un inganno talmente vero da costringerci a mettere in questione tutte le opposizioni su cui si basa la nostra forma mentis razionale. E soprattutto tanto potente da fare a pezzi la presunzione che ci fa troppo spesso credere di sapere cosa sia buono e cosa sia cattivo, cosa sia morale e cosa sia immorale. Di sapere cosa “sia” e cosa “non sia”; cosa sia “vero” e cosa sia “falso”. La bellezza ci mostra empiricamente che l’essere e il nulla, e dunque anche il vero e il falso, non sono affatto distinguibili; anche se noi cerchiamo sempre di distinguerli. Non è un caso che sia impossibile indicare un’azione, un fatto semplicemente buono; così come è impossibile trovare un’azione semplicemente e assolutamente cattiva. Il bene e il male si confondono; convivono in ogni cosa. È solo una pia illusione quella che ci fa credere che gli opposti assoluti (come il bene e il male, l’essere e il nulla, il vero e il falso) siano davvero distinti. D’altronde, se si distinguessero, si de-terminerebbero reciprocamente; dicendosi ognuno altro dall’altro, sì da non potersi dire “assolutamente” opposti, ma solo relativamente diversi. Perciò la bellezza può renderci finalmente disincantati. Facendoci toccare con mano una verità che la nostra ragione fatica ad accettare. La bellezza, infatti, è al di là del bene e del male; perché ci fa toccare con mano il fatto che il positivo e il negativo sono sempre indistinguibili. Che non possiamo mai separarli come troppo spesso ci illudiamo di poter fare. Perciò la bellezza consente il manifestarsi di una verità capace di rendersi riconoscibile proprio attraverso una maschera: la maschera che, sola, ci dice quello che le cose non sono; e dunque (paradosso dei paradossi) quello che esse sono vera-mente».

Di un'ingannevole bellezzaUna bellezza così intesa, può ancora, nonostante il suo potere illusorio, salvare il mondo, come sosteneva Dostoevskij?

Massimo Donà: «Diciamo che la bellezza mostra qualcosa che il senso comune fatica a riconoscere. Però non direi che la bellezza salva il mondo; direi piuttosto che essa ci fa capire che il mondo è già da sempre salvo. Perché se l’essere non è, e se il vero è falso, nessuna cosa e nessun esistente avranno da temere di passare da un opposto all’altro; dal nulla all’essere o dall’essere al nulla; e nulla di vero potrà temere di diventare falso. Perché tutto è già da sempre altro da sé; anzi, tutto è già da sempre negazione di se medesimo. Perciò l’illusorietà connessa alla bellezza allude ad un “grande” inganno; un inganno grazie al quale finalmente possiamo capire qualcosa del mondo. Un inganno che non nasconde nulla; al contrario, la sua ingannevole è massimamente rivelatrice di qualcosa che proprio i significati che governano la nostra esistenza (sempre pratica, e rivolta a fini più o meno nobili) non possono fare a meno di nascondere. Facendoci incessantemente credere che le cose siano quello che sono; e che servano a raggiungere determinati risultati».

La bellezza come antidoto all’utilitarismo e come baluardo della libertà, dunque…

Massimo Donà: «In verità le cose non servono; le cose sono espressioni di una “libertà” che le rende originariamente indifferenti all’utilizzo con cui noi cerchiamo di asservirle a questo o a quello scopo. La bellezza dunque libera; mostra la libertà che abita nel fondo di ogni cosa, e consente così a tutti noi di liberarci da un delirio produttivo che sembra non farci aver mai tempo per contemplare il puro esserci di quel che c’è».

Quella stessa libertà alla quale rinvia Kant quando sostiene che il bello è ciò che piace universalmente senza concetto?

Massimo Donà: «La bellezza ci inscrive in una situazione assolutamente paradossale. E Kant l’ha capito alla perfezione. Nulla di soggettivo, comunque, in essa. Certo, se ci chiedono le ragioni per cui troviamo bello quel che ci sembra tale, non troviamo mai le parole adatte… o meglio, non troviamo alcuna ragione capace di giustificare questo evento. Eppure, rileva Kant, ciò non significa che la bellezza sia qualcosa di “semplicemente soggettivo”; ché proprio se fosse qualcosa di soggettivo (nel senso dell’Io empirico), e dunque dipendesse da noi, troveremmo senz’altro le ragioni per giustificare un tale evento. Se la bellezza dipendesse dal soggetto, il soggetto dovrebbe essere in grado di indicare le ragioni del suo manifestarsi; mentre proprio il fatto che non riusciamo mai a giustificare la bellezza che abbiamo riconosciuto, ci dice che la bellezza è qualcosa che trascende l’orizzonte della mera soggettività. Si tratta, infatti, di un’esperienza che il soggetto ‘patisce’, di cui egli non è affatto responsabile. Che ha cioè a che fare con l’incondizionato. Che si dà a noi riflettendosi nello specchio costituito dalla cosa bella. La quale dunque si limita a farsi specchio sulla cui superficie viene a riflettersi l’incondizionatezza che costituisce l’Io nella sua libertà. Una incondizionatezza rispetto alla quale nulla possono dire i concetti di cui disponiamo. Concetti sempre determinati e condizionati; con i quali, appunto, determiniamo i fenomeni (nella conoscenza). E che nulla possono dunque in rapporto all’incondizionatezza di cui si fa testimonianza “il bello”. Perciò il bello piace incondizionatamente e universalmente “senza concetto”. Una incondizionatezza, questa, che è la radice del soggetto; che ha a che fare per Kant con l’apertura costituita dall’Io trascendentale; ma che nulla ha a che fare con l’Io empirico e con la sua conoscenza sempre finita».

Alberto Nutricati

 

Intervista pubblicata su https://www.animafaarte.it/il-mistero-della-bellezza-svelato-da-massimo-dona/
L’intervista è stata pubblicata, in forma parziale, su La Gazzetta del Mezzogiorno.

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