Ritrovare l’umanità in tempi bui

Attili Pisanò, docente di Diritti Umani all'UniSalento, elenca i tre punti necessari per chi voglia prendere sul serio la governance del fenomeno migratorio

Ritrovare l’umanità in tempi bui

Hannah Arendt, in quel capolavoro che è Le origini del totalitarismo, scriveva che «nessun paradosso della politica contemporanea è più pervaso di amara ironia del divario fra gli sforzi di sinceri idealisti, che insistono tenacemente a considerare “inalienabili” i diritti umani, in realtà goduti soltanto dai cittadini dei Paesi più prosperi e civili, e la situazione degli individui privi di diritti, che è costantemente peggiorata». Certamente, dal 1948 (anno della prima edizione de Le origini del totalitarismo ma anche anno di approvazione della Dichiarazione universale dei diritti umani) ad oggi, i diritti umani si sono progressivamente affermati nello scenario globale. Negli ultimi settant’anni, i diritti umani sono diventati sempre più lingua franca delle relazioni internazionali. Nonostante ciò, oggi più che mai, il paradosso della Arendt è uno dei (tanti) paradossi che attraversa la fenomenologia dei diritti. Ancora oggi ci sono miliardi di persone che sono prive di diritti. Secondo il sesto rapporto annuale sui conflitti dimenticati “Il peso delle armi” realizzato dalla Caritas italiana in collaborazione con il MIUR, presentato a Roma proprio in occasione del settantesimo anniversario dell’approvazione della Dichiarazione universale, i conflitti armati nel mondo sono 378 (di cui 20 guerre vere e proprie, molti conflitti concentrati tra Africa, vicino e medio Oriente). Ad un tiro di schioppo dai confini della nostra Europa. Continente africano (soprattutto nella parte subsahariana) dove, tra le altre, cose vi sono 33 Paesi che fanno parte della poco edificante lista dei Paesi meno sviluppati al mondo (Least Developed Countries, in totale sono 47) prodotta dalle Nazioni Unite. Ma non sono solo le guerre a privare gli individui dei loro diritti. Se limitassimo, come qualcuno pensa di propagandare, l’asilo o la protezione internazionale a coloro i quali fuggono da scenari di guerra faremmo torno al dettato dell’art. 10 della nostra Costituzione che lega il diritto d’asilo all’effettivo “esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Se guardiamo, ad esempio, all’ultimo rapporto (2018) della nota ONG statunitense Freedom House (fondata nel 1941 con il supporto di Eleanor Roosvelt, moglie del Presidente Franklin D. Roosvelt e grande sostenitrice dell’adozione della Dichiarazione universale) sulla libertà nel mondo, significativamente intitolato Democracy in Crisis, i Paesi liberi nel mondo sono appena il 45%. Quelli parzialmente liberi, invece, il 30%, quelli non liberi, infine, il 25%. Ancora più impressionanti i dati se rapportati alla popolazione mondiale. Il 39% della popolazione mondiale vive nei Paesi liberi, mentre il 24% in Paesi parzialmente liberi ed il 37% in Paesi non liberi. Il rapporto ci consegna un’immagine di un mondo diviso in due parti simmetriche. Da una parte i liberi (noi), dall’altra i non liberi (loro). Cosa hanno a che vedere questi dati con la governance del fenomeno migratorio? L’insicurezza personale, determinata dalla instabilità (guerra o non guerra) di un Paese, insieme all’insicurezza economica (i c.d. “migranti economici”) ed alla insicurezza ambientale (i c.d. profughi “ambientali”, saranno nel mondo 143 milioni entro il 2050 secondo un rapporto della Banca Mondiale dell’aprile 2018) rappresentano le cause principali del fenomeno migratorio. Cause che, ovviamente, non vanno interpretate come se fossero categorie tra loro incomunicabili. I “migranti economici” possono essere profughi ambientali, cioè persone che cercano di migliorare le proprie condizioni di vita in seguito al peggioramento delle condizioni ambientali determinata dai cambiamenti climatici. Così come miseria, povertà, instabilità sono condizioni che molto spesso che identificano Paesi poco sviluppati nei quali esistono regimi liberticidi. Questo fosco quadro d’insieme non è destinato a migliorare nei prossimi decenni. Così come le migrazioni non sono destinate a diminuire nei prossimi decenni. Potranno cambiare le rotte seguite, ma i flussi non sono destinati a diminuire. Come può governarsi questo fenomeno?
Indicherò tre punti luce necessari per chi voglia prendere sul serio la governance del fenomeno migratorio:
1) dismettere l’approccio emergenziale al fenomeno migratorio che ha segnato la politica (soprattutto italiana) sul tema (almeno) negli ultimi due decenni. Le migrazioni sono un fenomeno strutturale in un mondo che è strutturalmente ingiusto e tendente allo squilibrio;
2) cercare maggiore collegialità delle risposte politiche a livello europeo. Occorre più Europa, sul punto, non meno Europa. L’Unione Europea, su questi temi, è ostaggio delle politiche degli Stati e non potrà fare niente finché gli Stati membri non comprenderanno l’importanza che la solidarietà ha nel creare ogni comunità (nazionale o internazionale);
3) mantenere l’attenzione alta sui diritti individuali, evitando che nell’Europa che ha partorito i diritti, ci siano no-rigths zone o, parafrasando il titolo di un libro di Federico Rahola, Zone definitivamente temporanee, luoghi dell’umanità in eccesso (2003).
Tre punti luce che si riducono ad un solo dogma, anche questo evocante un’opera di Hanna Arendt: trovare o ritrovare l’umanità in tempi bui.

Attilio Pisanò
Prof. Ass. Filosofia del Diritto e Diritti Umani UniSalento

Intervento pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 15/01/2019

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