Subcolonial e street art. Quando l’arte ci inchioda alle nostre responsabilità

L’artista ha un dovere al quale non può sottrarsi, il suo intervento non deve essere frutto dell’ambizione personale ma un gesto forte e di rottura

Subcolonial e street art. Quando l’arte ci inchioda alle nostre responsabilità

Lo scorso 21 Dicembre, l’artista casaranese Fernando Schiavano, ha inaugurato a Lecce presso l’ex stazione di servizio Agip, una personale esposizione meglio definita dai curatori “azione artistica”, tesa alla riqualificazione urbana attraverso l’arte. La mostra dal titolo “Subcolonial, ripropone alcuni dei suoi temi ricorrenti: la memoria, il sogno, il tema dell’attraversamento dei luoghi. Mediante il recupero di segni, ombre e immagini, l’artista esprime la sua posizione contro la continua trasformazione del territorio e il degrado ambientale. Lo stesso impegno si ritrova negli artisti di street art che si occupano di rigenerazione creativa di spazi urbani, essi infatti utilizzano i muri delle città come tele per dipingere e nello stesso tempo denunciare importanti questioni sociali e politiche. La street art o arte di strada nacque in America negli anni ’70, diffondendosi verso gli anni ‘80 in Europa e arrivando infine in Italia. Gli argomenti trattati sono quelli dell’inquinamento, del riscaldamento globale, dell’immigrazione, la cementificazione della natura, il lavoro. Provocatori, irriverenti, divertenti, in alcuni casi tragici, ma con un linguaggio immediato, dirompente, fortemente empatico, attirano l’attenzione e la consapevolezza su temi rilevanti. Le opere del famoso artista inglese Banksy, apparse su strade, muri e ponti in tutto il mondo, hanno una forte componente politica e sovversiva. Scriveva infatti “Un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno”. L’artista ha un dovere al quale non può sottrarsi, il suo intervento non deve essere frutto dell’ambizione personale ma un gesto forte e di rottura. Se osserviamo l’azione di riqualificazione di Schiavano, notiamo che il linguaggio usato è criptico, raffinato ma di nicchia, e mi chiedo se una simile riflessione potrà mai essere recepita dallo spettatore distratto e frettoloso. È certamente interessante il recupero e la valorizzazione di un luogo di archeologia industriale e si spera che come tanti spazi del nostro paese lasciati all’incuria e al degrado, abbia presto un’adeguata destinazione d’uso, ma credo anche che per esprimere dei concetti non sia necessario realizzare narrazioni enigmatiche e dalla lettura complessa. Se è vero che “l’arte non deve mai farsi popolare” come sosteneva Oscar Wilde mi sembra presuntuoso pensare che “il pubblico deve farsi artistico” per poterla comprendere.

Cinzia De Rocco

720 Visite totali, 3 visite odierne

Devi registrarti per poter inserire un commento. Login