Setacciare, vagliare, giudicare, attraverso la carità…

La profonda riflessione di Paolo Argnani sulla carità

Setacciare, vagliare, giudicare, attraverso la carità…

Caro Alberto, mi provoca sempre un certo fastidio la “distanza” fra quel che vedo e quel sento dire, fra le chiacchiere superficiali e la profondità e la complessità di ogni storia, fra l’impressione e i fatti …  una distanza che mi manda in crisi. Mi arrabbio ogni qualvolta ascolto prediche farisaiche e leggo accuse spietate incise sulle lapidi di sepolcri imbiancati! Poi però, a dire il vero, anch’io mi sorprendo, travestito da magistrato, da giornalista o da pubblicano, a spruzzare la seconda mano di color bianco panna sui discorsi già morti e sepolti.

Sono stufo di tutte le premesse e di tutte le conclusioni così lontane fra di loro … e con in mezzo il vuoto. La tentazione sarebbe quella di chiudersi e sbattere la porta in faccia ai cinguettii, ai post e ai commenti di tutti i predicatori (professionisti o improvvisati), me compreso. Mi rendo conto però che gli altri, la società, il mondo, son troppo “interessanti” per lasciarli fuori dalla mia vita. Allora come fare?

“Vagliate tutto e trattenete ciò che vale” diceva un sant’uomo, ma il mio vallo è un poco lacerato e rischia di lasciar passare ogni cosa. Allora lo stesso santo mi viene in soccorso e mi manda il pezzo mancante del mio setaccio, mi spedisce con posta celere il suo memorabile inno alla carità.

Setacciare, vagliare, giudicare, attraverso la carità … interessante!

Caro Alberto, ora che mi sono giocato anche gli ultimi due lettori rimasti, ti racconto una piccola storia.

«In una vita piena di “bisognerebbe” il suo bisogno più profondo stava andando in confusione, a furia di vagliare con frenesia tutto quanto, il vallo si stava lacerando, lasciando cadere a terra, assieme a foglie, gambi e pula, anche i preziosi semi.

Poi, una domenica pomeriggio, invece di cercare il senso in ogni cosa, fu il senso stesso a prenderlo per mano.

– Mi porti a trovare mia sorella alla casa di riposo? È tanto che non ci vado, non ci va mai nessuno …

Erano passati mesi dall’ultima volta, la zia ripeteva le stesse frasi e c’era ancora anche quel vecchietto che allora lo aveva salutato con grande gioia. Prese coraggio e gli si avvicinò.

– Salve, come sta?

L’anziano aveva la tosse e i brevi accenni di parole incomprensibili non riuscirono ad esprimere con chiarezza la sua gioia, così come invece seppero fare il suo sorriso e la sua fragile stretta di mano. Lui, per vincere l’imbarazzo gli chiese.

– Ha un po’ di tosse?

Domanda ovvia e inutile pensò, cosi come gli sembrava poco utile ed efficace la sua presenza in quel posto. Si sentiva in uno stagno, in un posto dove non avrebbe voluto essere, in una situazione asfittica, senza speranza o prospettive, né per quel pomeriggio, né tantomeno per il futuro.

Poi il senso delle cose lo fece immergere per un attimo, gli mostrò la vita oltre la superficie … sotto, sotto … dentro, dentro! Realizzò che quel vecchietto, quasi sconosciuto, lo stava tenendo per mano! E ne rimase sconvolto.

Come per reazione, come per chiedere “cosa vuoi da me?” prese a scuotere quella stretta di mano, per un paio di volte. Il vecchietto fece come se volesse dirgli qualcosa, allora avvicinò l’orecchio …

– Ti voglio bene

Si commosse! E pensò: “chi sei Tu, che mi ha portato fin qui, oggi pomeriggio, che mi hai fatto abbandonare i miei soliti programmi inconcludenti, per dirmi che mi vuoi bene?”

Cominciò a guardarsi attorno e … finalmente vide. Con gli occhi della carità, vide quel che non aveva visto fino ad allora. Vide un’inserviente particolarmente attenta ai suoi pazienti, vide una vecchietta che stringeva e dispensava bacini ad un bambolotto di stoffa e le chiese:

– Come si chiama la bambola?

– Ė la mia nipotina!

La vecchietta cominciò a raccontare tante storie, tanti particolari della sua nipotina, mostrando a lui e alla sua incredulità, che anche in quel posto, anche su quella poltrona, indossando il pannolone, si può essere capaci di amore. Pensò: “Fino alla fine bisognosi allo stesso tempo di ricevere e di donare carità!”

A quel punto non fu più il vecchietto a tenergli la mano, ma fu uno tenersi a vicenda e il miracolo si ripeté

– Ti voglio bene.

Arrivato cinico e anche un po’ arrabbiato, ora se ne stava per tornare a casa commosso. Prima di andarsene però si avvicinò all’inserviente che aveva osservato pochi minuti prima

– Complimenti!

Le disse

– Per che cosa?

Chiese stupita l’infermiera

– Perché ho visto che è molto brava!

E rivide in lei la stessa commozione, la stessa gratitudine che aveva incontrato lui, in quel semplice pomeriggio … reso speciale dalla carità».

Paolo Argnani

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