L’ombra e l’identità di un territorio

L’ombra e l’identità di un territorio

«Le negative ricadute economiche erano già prevedibili da molti anni addietro, però sono aspetti tutto sommato che riguardano le singole persone o aziende e forse a questi si potrà trovare una soluzione; mi sono del tutto sconfortato quando un giorno, lavorando in un terreno dove prima c’era un uliveto, alle undici, quando il sole estivo inizia a soffocarti, mi sono guardato intorno e non c’era un posto dove ripararsi all’ombra. In un raggio di molte centinaia di metri, non c’era un albero sotto cui “prendere fresco” e mi sono seduto con la spalla schiacciata alla ruota del trattore per guadagnare l’unica ombra in ettari ed ettari di terra».

Riporto la testimonianza di un amico agricoltore e agricultore che ha scelto questo mestiere per vocazione.

La rassegnazione della sua voce pesa più di qualsiasi marcia e protesta.

Piano piano, solo ora, stiamo iniziando a prendere consapevolezza del disastro epocale che stiamo vivendo e che non siamo stati in grado di arginare.

Parleremo ai nostri figli degli ulivi monumentali della Puglia come le cassette a nastro magnetico o il grigio telefono a ruota o il televisore in bianco e nero: oggetti di un passato scomparso e inghiottito dal progresso.

E ai curiosi, prima di spiegare il frantoio ipogeo, dovremo fare un passo indietro e cercare di far capire cosa erano i nostri ulivi monumentali e sarà indispensabile mostrare loro fotografie in bianco e nero, perché le opere d’arte non le puoi descrivere con le parole, devi vederle, guardarle, perderti nella loro visione.

Ci toccherà spiegare ai nostri bambini l’ineffabile sensazione inebriante, assordante e avvolgente del canto di migliaia e migliaia di cicale mimetizzate fra i contorti rami degli ulivi. E quante altre cose abbiamo già perso senza che ancora ne abbiamo consapevolezza.

L’identità del nostro paesaggio.

È come se dalla nostra carta d’identità sociale venisse cancellato un “segno particolare” cioè nostro, solo nostro, che ci distingueva da tanti altri paesaggi.

Ci stiamo trasformando da paesaggio a terreno, da un luogo con una propria identità storica, culturale, antropologica ad una fredda localizzazione geografica.

E quel mio amico, con gli occhi che guardavano il vuoto, ha continuato prima di tacersi: “E le formiche rosse e i piccoli ragnetti; dove andranno se non ci saranno più i nostri ulivi…”.

Non lo so. Non me ne sono nemmeno accorto. Non ci avevo nemmeno pensato che potevamo perdere l’ombra degli ulivi.

So solo che la nostra Terra ci ha abituato male, ci ha regalato picchi di bellezza senza pari. Adesso che li stiamo perdendo, pezzo dopo pezzo, ce ne stiamo rendendo conto, con dannoso ritardo.

Avevamo un patrimonio culturale e ambientale che dovevamo custodire e tramandare e non siamo stati in grado di farlo. Siamo stati figli miopi e scialacquatori che hanno bruciato il patrimonio dei propri padri e dei propri nonni interrompendo la trasmissione di bellezza, valori e cultura a tutto ciò legata.

Siamo stati ancora una volta troppo superficiali. Da questa brutta vicenda, però, dobbiamo necessariamente cambiare approccio al nostro territorio e al nostro patrimonio culturale, ambientale, ma anche umano.

 

Marco Mazzeo
Esperto in valorizzazione del patrimonio culturale
Da La Gazzetta del Mezzogiorno del 19/03/2019

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