L’infinito della poesia, “aspettando ciò che verrà, se verrà”. La seconda raccolta postuma di Cosimo Russo, Ancora una volta (Manni 2019)

Il senso della relatività e della transitorietà nei versi introspettivi di Cosimo Russo: le infinite possibilità del possibile di chi cammina sapendo che non dura

L’infinito della poesia, “aspettando ciò che verrà, se verrà”. La seconda raccolta postuma di Cosimo Russo, Ancora una volta (Manni 2019)
Cosimo Russo

Cosimo Russo

Luoghi e persone care, situazioni esistenziali scandite dal tempo, sentimenti ed emozioni liricamente declinati nella loro sfumata intensità, bellezza incantevole della natura nella sua essenzialità solare, lunare, rocciosa, nei colori delle stagioni, si ritrovano nella seconda raccolta postuma di Cosimo Russo, intitolata Ancora una volta.  Un microcosmo già meravigliosamente espresso nella precedente silloge, pubblicata dopo la sua morte (Per poco tempo, Manni 2017), maggiormente arricchito di suggestive riflessioni filosofiche in questa edizione curata dalla madre, Luigina Paradiso,  che ne ha trascritto pazientemente i testi, sparsi su fogli, agende, file elettronici.

Nella poesia Restiamo fermi, in contemplazione, ad esempio, ritorna Caterina (Anche lei è stata immobile), l’anziana vicina di casa, considerata la paria della via, che offriva i suoi liquori “ai fanciulli iniziati”, catturandoli nella rete dei suoi racconti. Questa volta però il nitido profilo del personaggio è un’occasione per addentrarci nelle problematiche esistenziali, nel senso del relativo, della aleatorietà delle scelte:

L’anarchica Caterina non è un sogno, è esistita nel giallo del tempo…
ho visto passare sui suoi occhi novant’anni, tutti sulla stessa strada:
quasi un secolo di cose che accadono e non accadono, per altri.
A noi rimane che contemplare… misuriamo il più e il meno della nostra bilancia in modo che il rapporto sia sempre eguale a zero.

Una affermazione alla quale seguono altre considerazioni sulla bilancia inclinata di alcuni, costretti dal primo accadere che ha portato tanti altri accadere e non accadere, di proposizioni che non si contraddicono, ma che, le une e le altre appartengono, alle infinite possibilità del possibile. Ecco che il rapporto non è più uguale a zero, si è messa in moto la macchina del più e del meno.

L’ inafferrabilità del possibile degli accadimenti è sottolineata più avanti dalla grande ruota, dalla testa e dalla croce della moneta:

Siamo figli di Ulisse, / crediamo alle cose per quanto sono lontane / più sono lontane e più le carichiamo / di noi stessi. /Dove stiamo? / la grande ruota ha caricato i suoi passeggeri / un puro calcolo per approssimazione / dove ugualmente vale la testa e la croce / della moneta.

Rimane perciò la piena consapevolezza che si cammina sapendo che il tempo non dura e che la tragedia insegue chi non è fermo. Perciò i versi del poeta fanno tutt’uno col senso del transitorio e del fugace: una fitta di morte non poter fare in tempo a dire arrivederci.

Sempre in bilico tra la limitatezza del tempo e il sentimento dell’eternità, tra ciò che è mutevole e l’immobilità, non resta che gustare l’istante e morire al tramonto. Quella di Cosimo Russo è perciò una continua ricerca di senso per conciliazione degli opposti tra finito e infinito, (vorrei essere nel tuo gregge, essere accarezzato dalla fede, andare incontro all’angelo necessario, al Dio creatore), tra la tristezza dell’isolato vivere e un  forte  attaccamento alla vita.

Sempre attirato dall’attenzione per Il mondo animale e vegetale nei suoi variegati aspetti, il lettore aderisce insieme al poeta alle manifestazioni del bello dell’esistenza che viene rivissuta a pieno, anche in queste pagine, dai tratti a volte più ermetici, pur nel presagio della sua precarietà.

Con liriche che sfogliano le meraviglie del Creato, si aprono così le molteplici manifestazioni di una natura che non è solo ulivi fichi e aranceti rossi come stelle cadenti, ma anche il carrubo che dondola il suo frutto, la lumaca bavosa, le rondini vagabonde, i granchi scheletrici che si muovono come impazziti, dal piccolo plancton al grande cetaceo. Una immedesimazione contagiosamente partecipata:

ho camminato lungo muretti assolati e desolati, scostandomi da lucertole, da processioni di formiche, guardando infinite farfalle.

Lontani “dall’esercizio di belle parole”, i versi sinceri di Cosimo danzano come le onde del mare (L’onda va va va, / l’onda viene viene…) facendone avvertire tutta la vitalità sonora e  musicale; diventano occasioni per meditare sugli eterni interrogativi dell’esistenza umana (pensare, credere, sentire; Dio, la  morte, l’amore), ma anche inviti ad essere tutt’uno con una natura che accoglie e appaga.

Antonio Lupo

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