Le masserie di Casarano tra XVI e XIX secolo

Il bellissimo saggio di Alessio Stefano.

Le masserie di Casarano tra XVI e XIX secolo

Il territorio di Casarano, così come tutto il Salento, è costellato di Casini e Masserie. Sono i segni tangibili di un secolare e intimo rapporto con la terra, la quale – non senza poche fatiche – riusciva ad assicurare l’elementare sopravvivenza degli uomini.

A differenza dei numerosi ripari temporanei, come caseddhe e pajare, che pure (insieme ai muretti di pietra a secco) caratterizzano ancora oggi il paesaggio della Terra d’Otranto, le masserie rappresentano degli insediamenti a carattere permanente. Esse sono il segno tangibile, resistito all’inesorabile scorrere del tempo, di complessi e non sempre felici rapporti tra classi dominanti e dominate, tra baroni e contadini, rapporti spesso esasperati da una mentalità feudale che, purtroppo fino a tempi piuttosto recenti, ha condizionato lo sviluppo dell’economia agricola nonché il benessere sociale delle popolazioni (v. A. Costantini 2006, p. 5).

Le masserie nei grandi possedimenti feudali

In tutta la Terra d’Otranto, la forma insediativa rurale della masseria si sviluppa a partire dal XVI secolo, all’interno dei grandi possedimenti feudali e sui ruderi di antichi casali (villaggi) medievali abbandonati (A. Costantini 2006, p. 10).

Non accade poi di rado che la masseria vada a svilupparsi sui resti di Ville Rustiche di età Romana, che in qualche modo rappresentano le «antenate» delle nostre masserie.

È il caso, per citare un esempio, di Masseria Palla, dove il complesso masserizio settecentesco sorge verosimilmente sui resti di antiche strutture di età tardo-romana, a testimonianza di una lunga continuità di insediamento, probabilmente dovuta anche alla grande produttività dei terreni e alla vicinanza con importanti vie di comunicazione.

Un tempo la proprietà delle masserie era della Chiesa

In età Medievale (XIII-XV secolo), le masserie erano solitamente di proprietà di chiese e monasteri e le attività prevalenti erano quelle della cerealicoltura e della pastorizia.

Dalle Pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò (1292-1508) si apprende che nel 1376 il giudice Francesco de Serrano dona al Monastero, come patrimonio delle due figlie, diventate clarisse, alcuni possedimenti, tra i quali due masserie. Numerose masserie sono poi attestate, sempre nei documenti di Santa Chiara a Nardò, nel corso del Quattrocento (A. Costantini 2006, p. 8).

Ma è con l’età Moderna (XVI-XIX secolo) che la masseria viene a svilupparsi e a porsi come il tipico insediamento produttivo dell’Italia meridionale.

Le masserie del Salento si presentano con un complesso edilizio dall’impianto molto semplice, ridotto all’essenziale, dove spesso è difficile stabilire un confine tra la casa dell’uomo e il ricovero degli animali. Il fabbricato della masseria salentina si risolve, infatti, in pochi locali: l’abitazione del massaro, i rustici e qualche locale per la lavorazione del latte. Impianti più complessi sono generalmente il risultato di successivi e più recenti interventi di ristrutturazione e di adeguamento a pratiche colturali diversificate (A. Costantini 2006, pp. 9-10).

Le masserie divenivano il centro di piccole comunità rurali

Un mondo fatto di massari, capimassari, fattori, cercinatori, sarchiatori, mietitori, ma anche artigiani che producono e riparano attrezzi per i vari lavori.

Un mondo regolato e scandito dal calendario agro-pastorale, disciplinato da rapporti interpersonali e da una rigida organizzazione gerarchica, durata fino a tempi assai recenti (Costantini 2006, p. 12).

La masseria è spesso teatro di malessere sociale, di conflitti con la nobiltà e di lotta contro i briganti, di povertà diffusa, di duro lavoro.

Luigi Corvaglia, nel suo romanzo storico Finibusterre (pubblicato nel 1936), ci offre uno spaccato molto concreto della dura vita in una masseria, una vita che non era cambiata nemmeno dopo le Leggi di eversione della feudalità (1806-1808), che i baroni di Terra d’Otranto non intendevano affatto rispettare.

Le masserie sono malessere sociale

A queste importanti problematiche si aggiungeva, poi, la costante minaccia delle continue incursioni dei Turchi.

La presa di Otranto il 14 agosto del 1480, la distruzione di Castro e Marittima nel 1537, sono episodi che ebbero un forte impatto non solo tra le popolazioni dei centri costieri ma anche tra le genti delle campagne.

I Turchi, infatti, non limitarono le loro incursioni alla sola fascia litorale, ma spesso si spinsero nelle aree interne: sappiamo, ad esempio che nel 1543 arrivarono fino a Presicce e che nel 1537 si spinsero sino a Tricase, dove diedero alle fiamme il convento e le case.

Neppure la vittoria contro gli Ottomani a Lepanto, il 7 ottobre 1571, era bastata a mitigare il pericolo delle incursioni. Per evitare, dunque, lo spopolamento delle campagne in un periodo comunque favorevole per l’economia agricola, furono realizzate numerose opere di difesa per tenere al sicuro i contadini e i beni agricoli. Fu proprio nel Cinquecento, infatti, che si sviluppò il fenomeno delle cosiddette masserie fortificate (A. Costantini 2006, pp. 19-20).

Le masserie fortificate si strutturavano, solitamente, intorno a un fabbricato elementare formato da due unità edilizie: una torre, dove aveva sede generalmente l’abitazione del massaro, e un’annessa costruzione a piano terra, riservata ad usi agricoli o per il ricovero del bestiame. Il tutto è circondato da un recinto, con altezza spesso superiore ai tre metri, con la parte superiore aggettante all’esterno (chiamato muro paralupi) in modo impedire qualsiasi tentativo di accesso al cortile interno.

Intorno allo spazio scoperto centrale si disponevano poi, a seconda delle esigenze, magazzini, stalle, fienili, alloggi della manodopera, capanni e ovili.

La difesa dell’unico ingresso, così come della della torre e dell’abitazione del massaro, era affidata a delle caditoie, oppure – al piano superiore – ad un piccolo ponte levatoio che interrompeva il pianerottolo sommitale della scala. La torre era generalmente a due piani. In caso di attacco gli abitanti potevano mettersi al sicuro al piano superiore; l’interruzione del collegamento col vano inferiore poteva avvenire mediante delle botole con scala retrattile: tirando via la scala ci si metteva al sicuro nella parte più alta dell’edificio.

Dall’alto della torre, si poteva poi segnalare il pericolo alle altre masserie, agli addetti alla difesa del territorio (cavallari), alle torri costiere ed ai centri abitati.

In caso di aggressione la solidarietà del vicinato garantiva senza dubbio i primi soccorsi e proprio la tragica esperienza di lotte con gli incursori consolidava i legami di mutuo soccorso tra gli abitanti delle masserie (A. Costantini 2006, pp. 22-30).

Masseria fortificata «Ospina» in territorio di Racale

Nel corso dei secoli successivi le masserie fortificate hanno spesso subito delle importanti trasformazioni che oggi rendono difficilmente leggibile il loro impianto originario.

Nel Catasto antico del 1722 risultano, nelle campagne intorno a Casarano, ben ventidue masserie; alcune di queste sono ancora oggi esistenti (anche se alcune ormai abbandonate e ridotte a ruderi): Massaria del Panese, Massaria Li Pisari (nel feudo di Ugento), Massaria Pietra Bianca, Massaria S. Oronzio alli Monti, Massaria Manfio (nel feudo di Ruffano) (cfr. F. De Paola 2004), delle altre si conoscono i nomi ma se ne ignora l’ubicazione.

In questo periodo particolarmente ricche e attive sono le aziende agricole di Giacinto e Niccolò Vito D’Elia.

Nei loro possedimenti si trovano diverse masserie. Giacinto, clerico cognogato e nobile vivente, possiede ben quattro masserie: la prima è denominata Puzzo Salato alli Paduli (attuale località Pozzo Salato), “con curte, case, e capanne e suo giardino, con alberi di celzi e fico”, con 11 tomolate di terreno seminativo, con 88 “pecore grosse”, 4 capre, tre buoi ed una vacca.

La seconda masseria è chiamata Li Paludi, “con case, curte, capanne in ordine, giardinello”, con 92 tomolate di terra seminativa, “nella quale vi sono bovi aratorij n° cinque, 2 d’essi per uso di carretta”, in più “altri tre bovi aratorij”, una vacca, 94 pecore e 6 capre; la terza è nominata Lacco Maloto, con 82 alberi d’olivo.

Un’altra, di nome non specificato, è in territorio d’Ugento, dove vi sono 100 pecore, 23 capre, 10 buoi (2 per carretta), una vacca. Niccolò Vito, “nobile vivente”, possiede invece tre masserie: una è Massaria Sant’Oronzio, ancora oggi esistente nell’omonima contrada, “con due case, e pagliari, curti, due cistente”, con 95 tomolate di terreno seminativo, più 160 tomolate di macchia, all’interno della masseria vi sono 45 “pecore grosse”, 50 capre e 3 “bovi aratorij”.

L’altra è chiamata Massaria Lo Cinnino, con 550 alberi d’olivo; la terza è Masseria Li Pisari, nel feudo di Ugento, con “quattro para di bovi, uno d’essi per carretta, et l’altri aratorij”, e con 65 pecore.

Nel catasto risulta anche il nome del fattore di Don Niccolò, un certo Gioacchino Vitale, anche se non sappiamo in quale delle masserie questi fosse impiegato (v. F. De Paola 2004).

Dall’analisi di questi dati emerge come ogni struttura masserizia abbia una diversa vocazione agricola: in alcune l’attività prevalente è la cerealicoltura, in altre l’olivicoltura, in altre ancora l’attività della pastorizia con l’annessa lavorazione dei prodotti caseari.

Ruderi di Masseria Tisi, Casarano, 2013


Verso la fine del Settecento, si assiste in tutto il Meridione a una fase di forte declino e di crisi dell’economia agricola.

L’importante economista dell’epoca Giuseppe Palmieri, rilanciando il mito del nobile campagnolo, insisteva sulla necessità della presenza stabile del proprietario nelle sue terre, convinto che le opere di miglioramento agro-fondiario non potevano prescindere da un controllo diretto da parte del proprietario, il quale “dalla metropoli doveva tornare nelle provincie”.

È in questo periodo che si assiste ad una profonda crisi dell’olivicoltura e alla diffusione della coltivazione della vite (A. Costantini 2006, p. 33).

Proprio nelle zone particolarmente fertili – spesso aree sub-paludose – dove maggiormente si diffuse l’impianto dei vigneti, si registrò, a partire dalla seconda metà del Settecento, un’evoluzione delle dimore rurali.

Alle tradizionali masserie fortificate si sostituì un nuovo fabbricato: il casino.

Questo comprendeva, oltre all’abitazione del fattore, ai magazzini e alle aree produttive, anche l’abitazione stagionale del signore, a testimonianza della nuova consuetudine di abbandono della caotica e malsana vita cittadina per rifugiarsi nella pace della campagna.

Pian piano, le esigenze difensive lasciano spazio all’aspetto estetico dell’architettura, con la realizzazione di pozzi monumentali, torri colombaie coronate da raffinati motivi decorativi, giardini con frutteti e pergolati, ecc.

I vecchi complessi masserizi, dunque, subiscono un profondo processo di trasformazione e di adeguamento alle nuove esigenze socio-economiche (A. Costantini 2006, pp. 33-34).

Spesso, ancora oggi, in molte masserie si può osservare chiaramente la sovrapposizione tra una fase architettonica più antica, caratterizzata da forme semplici e funzionali (residuo della vecchia “masseria fortificata”), e una fase costruttiva più recente, di maggior pregio architettonico.

Un esempio di struttura rurale di questo tipo nel territorio di Casarano è senza dubbio rappresentata dal Casino Sant’Anna, nell’omonima contrada, sullo spartifeudo tra Casarano ed Ugento, un tempo appartenente alla famiglia De Donatis.

Ruderi del casino Lu Tumaru – Casarano

Analizzando la struttura si nota un perfetto connubio tra le forme austere dell’antica masseria e quelle, più recenti, della villa di campagna, testimoniate dall’ingresso monumentale, con il pregevole affresco del Golfo di Napoli. Alla funzione abitativa e ricreativa, tuttavia, si continuava ad affiancare la funzione produttiva, com’è testimoniato dalla presenza delle grandi vasche per la pigiatura del vino un tempo presenti nel seminterrato della struttura.

Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento si assiste, in tutta la Terra d’Otranto, al processo finale di ristrutturazione e di adeguamento dei vecchi complessi masserizi.

È il periodo che vede il passaggio da un’economia agro-pastorale a un’economia basata prevalentemente sulle colture dell’olivo, della vite e del mandorlo.

Le campagne si popolano così anche di architetture preziose, «dove il gusto barocco, che in città si era ormai esaurito, trova spazi sufficienti per fondersi con la natura» (A. Costantini 2006, pp. 34-35), nella ormai diffusa idea di un rinnovato legame tra uomo e natura e nella riscoperta del piacere del vivere all’aria aperta.

Bibliografia:

  • Luigi Corvaglia, Finibusterre, Edizioni dell’Iride, 2006 [1° ed. 1936]
  • Antonio Costantini, Guida alle Masserie del Salento, Congedo, 2006
  • Francesco De Paola, L’Università di Casarano nel Catasto antico del 1722, Barbieri, 2004

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