Ulay e Abramivic. L’amore e la performance art

Cinzia De Rocco chiarisce cosa sia la performing art, ripercorrendo la vicenda umana e artistica di Ulay e di Marina Abramovich

Ulay e Abramivic. L’amore e la performance art

Può l’amore essere più forte della morte? E’ quello che testimoniano Ulay e Marina Abramovic.

Ulay (pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen) era un artista tedesco, fotografo e padre della performing art, da poco scomparso a 76 anni a Lubiana, dopo una lunga malattia.

Ulay incontrò l’artista serba Abramovic, durante una sua performance ad Amsterdam, il 30 novembre del  1976, giorno del loro compleanno. 

Come spesso il destino fa, li scelse fra tanti e li fece innamorare.

La loro fu una passione travolgente che li vide insieme in una travagliata storia d’amore lunga dodici anni e che li unì anche dal punto di vista artistico.

Insieme rivoluzionarono l’arte contemporanea, storiche furono infatti le azioni realizzate dai due tra gli anni ’70 e ’80.

La performing art è una espressione d’arte che consiste in una serie di azioni che il performer compie di fronte al pubblico.

Ulay, performer d’eccellenza, soleva spesso definirsi come “il più famoso artista sconosciuto”.

Celebre fu la performance “Imponderabili” del 1977 presso la Galleria d’arte moderna di Bologna. Erano entrambi nudi uno di fronte all’altro, sullo stipite della porta d’ingresso al museo.

I visitatori per entrare dovevano passare toccando i loro corpi, ma la performance fu interrotta prima della fine dall’arrivo della polizia. Dopo la scoperta di avere un cancro Ulay troverà nell’arte il mezzo per salvarsi, il suo lavoro gli insegnerà che la mente è più potente del corpo.

La fine della loro simbiosi artistica e sentimentale fu documentata dalla performance: “The lovers: The wall walk in China” (Gli innamorati: la camminata sulla grande muraglia).

In 90 giorni percorsero a piedi la grande muraglia partendo dai due lati opposti per incontrarsi al centro e dirsi addio.

Dopo la separazione da Marina si dedicò alla fotografia, esplorando le persone emarginate nella società contemporanea.

Negli ultimi anni affrontò il tema dell’ambiente con azioni, spettacoli e seminari. I due si incontrarono in pubblico nel 2010 durante la performance di Marina al MoMa di New York, dove l’artista serba  rimase seduta per 736 ore a fissare i visitatori che si sedevano di fronte a lei.

L’arrivo inatteso di Ulay fu per Marina un’esplosione di sentimenti contrastanti, come da lei stessa dichiarato, si guardarono negli occhi muti e immobili, in un confronto silenzioso ma intenso fissandosi senza mai abbassare gli occhi, scavandosi dentro con dolcezza e commozione.

Nei loro occhi tutto il dolore e i ricordi di un passato mai dimenticato. Si strinsero le mani prima di salutarsi scatenando l’applauso degli spettatori. Il loro memorabile incontro commosse gli appassionati d’arte e non solo, di tutto il modo. Marina appresa la notizia della sua morte ha esclamato “La sua arte e la sua eredità vivranno per sempre”.

Voglio partire dalla morte di Ulay per spiegare la performing art.

Molti credono che essa sia una espressione artistica sviluppatasi negli ultimi decenni, al contrario invece, le prime manifestazioni artistiche performanti risalgono addirittura ai primi anni del novecento.

Sono proprio gli artisti futuristi italiani che hanno iniziato questo tipo di arte, in una serie di incontri pubblici in cui è esplicita la provocazione del pubblico da parte di chi è in scena, in nome di quella ricerca dello scandalo che i futuristi  cercano costantemente.

In più occasioni le serate teatrali si trasformavano in vere e proprie battaglie tra artisti e pubblico e quest’ultimo si trasformava inconsapevolmente in parte attiva dello spettacolo.

Negli anni a venire più volte si è ripresentata l’arte performante, magari ad affiancare altre espressioni artistiche come il dadaismo o la Bauhaus tedesca o il surrealismo.

E’ il 21 luglio del 1960 quando a Milano, Piero Manzoni invitava il pubblico a mangiare uova sode firmate in una sorta di liturgica provocazione. Per arrivare infine agli anni ‘70 con Marina Abramovic  e il concetto di irripetibilità nelle sue performances, che dovevano essere senza prove e senza finale prestabilito.

Magari la prossima volta che assistiamo ad una serata di performance, invece di sghignazzare, cerchiamo di interagire in una armonica fusione tra noi ed il performer.

Abramovic
Foto: Wikipedia

Cinzia De Rocco

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